I miei libri

 

L' ottavo peccato

Feltrinelli editore 

 

E’ stato il mio primo romanzo, pubblicato dalla casa editrice “Il filo” nell’Ottobre del 2007. E’ stato il primo impatto con la letteratura, dopo numerosi tentativi di concepimento di qualcosa che somigliasse vagamente ad un romanzo. Ad esso devo la spinta emozionale che mi ha permesso di programmare e condurre tutte le opere che in seguito ho avuto il  piacere di completare.
Esso narra una storia particolare, quella del tempo e delle sue vittime mortali, di quanto esso possa affascinare e portare l’ambizione umana al tentativo di contrastarlo.

Il prezzo della verità

 

Completato nel Luglio del 2008 sono ancora alla ricerca di una casa editrice che intenda investire su di esso senza richiedere compensi e contributi. E’ dedicato a tutti coloro che credono  non esista mai una sola verità e che gli stereotipi della nostra società abbiano fin troppo limitato le menti delle persone nel corso dei millenni. Si nasce, si cresce e si vive seguendo degli schemi impartiti da una regia invisibile; ma se come in un grande TRHUMAN SHOW fossimo tutti vittime di un complotto che esiste dalla notte dei tempi?
Non è un romanzo di fantascienza, ma una storia teoricamente possibile che si basa su una corrente scientifica alternativa purtroppo poco tollerata dal tradizionalismo accademico.

 

L'amore condannato

 

Inedito.
Ricordo che durante la lezione di un corso di aggiornamento professionale, basata sugli abusi verso minori, la docente raccontò l’episodio dell’arresto di un maestro elementare con l’infamante accusa  di violenza su un bambino della classe in cui insegnava. Quando gli agenti erano giunti a prelevarlo nella sua abitazione, egli candidamente aveva risposto: “Voi non potete capire: noi ci amiamo, da sempre…”
Riflettei su quelle parole e immaginare quali fossero i retroscena delle più squallide avventure pedofile, mi portò a sviluppare una storia che avesse la capacità di spiegare, fra le righe, le emozioni e le ragioni che potessero indurre a relazioni di perversa e  ripugnante natura.

Mio padre è un bambino 

  

Viaggio nell’incubo della PSP (Paralisi sopranucleare progressiva)

Inedito.
Più che un romanzo è la storia vera di mio padre e della devastante malattia che in quattordici anni ne ha saccheggiato il fisico e la mente in modo crudele e inesorabile.

 

 

Elpis, ovvero la speranza

 

Inedito.
Racconto breve sulla tragedia del lago Aral.

 

Elpis ovvero la speranza

DI

VITTORIO VALLERANI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 1

 

 

Il piccolo Elpis non era solito farsi domande. Era un bambino curioso, certo, come tutti i bambini della sua età, ma difficilmente domandava a qualche adulto il perché o il per come delle cose. Se il mondo andava così un motivo c’era. Se il rosso era rosso e così si chiamava, poco importava. L’importante era saperlo e agire con la conseguenza di questa conoscenza e così per tutte le cose. Soltanto una era la domanda che lo assillava e alla quale non riusciva, anche volendo a darsi una risposta; come fosse possibile che degli uomini avessero pensato e stabilito di costruire una città in pieno deserto, in mezzo a sabbia salata quando  ad appena ottanta chilometri c’era il grande lago. Dovevano essere veramente degli sciocchi quelli che per primi decisero di edificare lì. Elpis non poteva fare a meno di chiedersi che motivo poteva esserci. In città era pieno di industrie per l’inscatolamento del pesce. Ma come era tutto complicato. Non sarebbe stato più facile costruire la città in riva al lago, così i pescatori avrebbero fatto prima a vendere il pesce e gli industriali a comprarlo e a lavorarlo? Ma che strani erano questi grandi. Sempre arrabbiati, scontrosi e tristi, infinitamente tristi. Ogni tanto si inginocchiavano a pregare e poi tutto tornava alla normalità, così tranquilla e squallida  che faceva quasi paura. Non erano molti i giochi con cui Elpis e gli altri bambini potevano divertirsi, ma un pallone seppur vecchio e logoro si riusciva sempre a trovare. Anche lì in quel posto dimenticato da Allah arrivavano di tanto in tanto le eco della sfolgorante vita occidentale e delle stelle del calcio che ne rallegravano il gossip. Qualche nome altisonante, perfino difficile da pronunciare giungeva accompagnato da vecchi filmati che ne ritraevano le gesta calcistiche. E quei filmati erano l’unico insegnamento di quei ragazzi, l’unica fonte di vitalità in una città morta da anni.

Una mattina Elpis era sceso di casa di buon ora  e si era seduto sugli scalini della sua abitazione a godersi l’unico momento della giornata in cui la temperatura era gradevole. Una grossa lucertola gli sfrecciò davanti e lo invitò, come un goloso pasticcino a rincorrerla per catturarla. Si mise  ad inseguirla fino a che non si rese conto di essersi allontanato un po’ troppo. La sua casa era già situata a ridosso della zona periferica della cittadina e di lì a poche centinaia di metri, iniziava la più completa desolazione del deserto con le sue sabbie infernali. La madre lo aveva sempre avvertito di non spingersi mai fin lì, perché l’aria del deserto procurava strane malattie e lui le aveva sempre obbedito. Quella mattina si trovò a ridosso della squallida landa senza volerlo, distratto dalla fuga disperata del piccolo rettile. Realizzò di essersi allontanato troppo soltanto quando udì un motivetto fischiato da un anziano signore accovacciato dietro una roccia. Si guardò intorno. A qualche centinaio di metri le ultime file di case delineavano il confine della città. Si rese conto di non conoscere quella zona, ma non se ne preoccupò troppo dal momento che le case amiche erano a vista d’occhio. Si avvicinò al signore che distratto fissava l’orizzonte continuando a fischiettare il suo triste ritornello.

“ Cosa guardi?” – Gli chiese avvicinandosi senza timore.

“ Il mare ragazzo, il mare.” – rispose lo strano uomo senza spostare minimamente lo sguardo.

“ Il mare? Ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai visto. E’ grande il mare?”

“ E’ più grande di quanto tu possa immaginare. Una gigantesca distesa di acqua che va oltre il tuo sguardo. E’ bello il mare, sai?” l’anziano si voltò solo in quel momento. Elpis lo guardò negli occhi e colse in quelli uno strano senso di abbandono. Provò una sensazione inquietante, come se quell’uomo fosse morto senza saperlo. Era uno sguardo vuoto, inespressivo. Un amaro sorriso  si dipinse su quel volto rugoso e il ragazzo si rasserenò.

“E’ un peccato che tu non abbia mai visto il mare. Dì a tuo padre di portartici.”

“ Mio padre non c’è più. E’ in cielo adesso. Mamma mi ha detto che ha avuto un brutto male e che un angelo buono lo ha portato con sé per guarirlo.”

“ Questo ti ha detto? Oh certo. Bene. Si, si…guarirà. Come tutti qui. Presto o tardi arriveranno angeli per ognuno di noi, in questo posto e ci porteranno con loro per guarire. Come ti chiami ragazzo?”

“ Elpis signore.”

“Sei un ragazzo in gamba. Non meriti di stare in questo posto. Sai, quando ero piccolo come te questo era un luogo bellissimo.”

“ Davvero?” – Chiese sbalordito per la stranezza di quell’affermazione.

“ Certo.” Il vecchio fece cenno con la mano al ragazzo di sedersi e Elpis, che aveva vinto l’iniziale diffidenza per quell’uomo,  si accovacciò vicino a lui. “Non ti sei mai chiesto come mai ci sono navi nel deserto? O forse non le hai mai notate?”

“Non le ho mai viste signore. Dove sono?”

“Oh, bèh, non lontano da qui, se prosegui per questa specie di strada, cominci a vedere numerose navi, o meglio ciò che resta di loro,  arenate in mezzo al deserto. Sai è uno degli spettacoli più tristi e desolanti di tutto il  mondo. Pensa figliolo che la gente degli altri paesi viene da queste parti per vedere le carcasse delle nostre navi. Strana la vita vero?”

“ Ma come è possibile che ci siano navi nel deserto? Chi ce le ha portate e perché non stanno nel mare?”

Il vecchio proruppe in una fragorosa risata che per un attimo spaventò il povero Elpis. Poi  riprese dopo un amaro sospiro.

“ Non ce le ha portate nessuno. Sono semplicemente rimaste dove era naturale che fossero;. nell’acqua.”

“ Credo di non capire signore.”

“ Vedi figliolo. Per quanto tu possa impegnarti a capire forse non ci riuscirai mai, e per quanto tu possa sforzarti di guardare non lo vedrai mai, ma tutto quello che stai vedendo tu adesso, questa sabbia velenosa e maledetta, questo deserto triste e morto un tempo era un mare bellissimo, il nostro mare, il mio mare.” Mentre il vecchio raccontava, gli occhi iniziarono a lucidarsi e per quanti sforzi potesse fare non riuscì a trattenere due silenziose lacrime d’angoscia.

“Perché piangi signore?”

“Perché sono uno sciocco, ragazzo. Sai perché vengo qui, praticamente ogni mattina da quasi quindici anni?” Chiese mentre tirando su col naso si asciugava con il dorso della mano quelle fredde lacrime di dolore. “Perché ogni mattina che Allah ci regala mi sveglio pensando di aver fatto soltanto un brutto sogno, e allora mi preparo e esco per andare al lavoro, per prendere la mia barca e andare a pescare. Ma poi tutto si fa chiaro. Vengo qui e la mia barca non c’è più, il pesce non c’è più, il mare non c’è più. E allora mi siedo e prego e chiedo all’Onnipotente come è possibile che abbia potuto permettere questo. Il mare è sparito Elpis, è sparito per non tornare mai più.”

“ E’ sparito? Ma come è possibile?”- domandò il piccolo assolutamente incuriosito dalla bizzarria del racconto.

“ Vedi figliolo; è un lungo discorso che forse non riusciresti a comprendere, ma sappi che quando entrano in gioco gli interessi politici ed economici, nulla è impossibile, nemmeno far sparire un mare.”

“ Vuoi  dire che sono stati gli uomini a farlo sparire?”

Il vecchio si voltò verso il ragazzo e sorrise con ammirazione per la perspicacia del piccolo interlocutore.

“ Sei un ragazzo intelligente Elpis e meriti un posto migliore di questo. Tieniti lontano da questo deserto infernale, per quanto possa bastare il solo non venirci, cresci e appena puoi fuggi da questo luogo. Un giorno capirai che cosa è successo veramente qui e non potrai sopportare tanto dolore. Adesso è ora che tu vada figliolo. Si è fatto tardi e tua madre sarà in pensiero. Vai, và e che Allah ti protegga sempre. Vai.”

Elpis  obbedì all’esortazione del vecchio e di corsa prese la strada del ritorno.

Per tutto il giorno il bambino non poté fare a meno di pensare a quello strano incontro e anche alla sera non riusciva, nonostante si concentrasse energicamente, a comprendere come fosse stato possibile che degli uomini, seppur cattivi e forti, erano riusciti a far sparire il mare. Gli venne in mente che forse il vecchio si era preso gioco di lui; ma si, forse era stato proprio così. Non poteva essere vero quel racconto. Il giorno seguente sarebbe ritornato da lui e glielo avrebbe detto. Non era bello prendersi gioco dei bambini o di chiunque in generale. Che motivo c’è di burlare il prossimo raccontando frottole di così grande entità. La mamma gli aveva sempre insegnato a dire la verità, perché il Signore punisce chi dice le bugie e Elpis non aveva mai disatteso questo principio. Quella notte si addormentò rimuginando su questo tipo di riflessione e i suoi sonni furono tormentati da incubi di strana natura. Sognò dei pesci che non avendo più l’acqua in cui vivere avevano cominciato a popolare la terra, vestendosi e parlando come gli uomini. E poi che la sua casa veniva abitata dai pesci, che erano stati sfrattati da un mare che non esisteva più, ed occupando la sua abitazione urlavano e gridavano di aver diritto alla casa, perché gli uomini gli avevano tolto la loro. Alcuni pesci, poi, i più cattivi, divoravano i bambini e lui si ritrovava a scappare per le vie della sua città per non farsi catturare dai terribili pesci mangiatori. Fu un sogno spaventoso dal quale Elpis si destò all’improvviso ansimando violentemente. Si rasserenò quando si accorse che la sua cameretta, modesta ma cara e preziosa più di qualunque altra cosa, era del tutto priva di molesti occupanti ittici. Guardò fuori dalla finestra e un pallido quarto di luna sembrava sorridesse ammiccante al bambino incuriosito dalla sua apparizione. Le palpebre ripresero a diventare pesanti  e in breve Elpis si riaddormentò fino a che solo la voce della mamma, a mattina inoltrata, lo svegliò peraltro bruscamente. Consumò la colazione così velocemente che diede l’idea di non aver neppure assaggiato un solo biscotto e determinato scese di casa per raggiungere il vecchio, convinto di trovarlo laddove il giorno prima lo aveva conosciuto. Così fu. Nello stesso punto, esattamente nello stesso punto il vecchio era concentrato a fissare l’orizzonte. Dava l’idea di non essersi mai mosso da quella posizione, come se la natura lo avesse incaricato di costituire un elemento panoramico indispensabile per quella desertica scenografia.

“Ciao ragazzo.” – Disse senza neppure voltarsi quando Elpis fu nei suoi pressi. Quest’ultimo rimase sorpreso dal fatto che quell’uomo avesse capito anche senza vedere chi si stesse avvicinando a lui.

“Sapevo che saresti tornato. Tutti i ragazzi tornano per sapere il resto della storia.”

“Io non credo ad una sola parola di quello che mi hai raccontato ieri, signore.”

“Io mi chiamo Pelago. Chiamami così anche tu.”

“Pelago? Che strano nome.”

“Strano, vero? Bèh, evidentemente i miei genitori credevano di fare un bel capolavoro chiamandomi così.” – Si fermò voltandosi verso il bambino e proseguì –“ perché anch’io sono stato bambino, sai? Proprio come te. Ma quando ero bambino qui, proprio in questo punto in cui sono seduto io adesso, c’era un muretto sul quale io mi sedevo sempre insieme con i miei amici; da questo muretto tiravamo i sassi nel mare e facevamo a gara a chi li tirasse più lontano. Ahimè, non vincevo mai, ma era davvero molto divertente…”

“Insomma basta – sbottò Elpis indispettito dai farneticanti discorsi del vecchio – devi farla finita di raccontarmi bugie. Ci ho riflettuto, sai. E’ impossibile che il mare sparisca. Nessun uomo per cattivo che possa essere riuscirebbe  a fare tanto; nemmeno un mago sarebbe in grado di una cosa del genere.”

Pelago sorrise sotto i baffi per l’arguzia e la caparbietà del piccolo amico e con voce paterna cercò di redimersi al suo cospetto.

“Hai ragione figliolo. Ti ho detto una bugia.”

“ Lo sapevo” – rispose fiero Elpis.

“Ma non è quello che pensi tu. Qui non c’era il mare, è vero. C’era un lago. Ma un lago così grande che tutti, da queste parti  lo chiamavamo mare. Pensa che la sua acqua era salata come quella del mare.”

“Si prende ancora gioco di me, Pelago?” – Il ragazzo gonfio di rabbia fece per voltarsi ed andarsene, ma il vecchio lo fermò perentorio.

“Siediti e ascoltami. Ora ti racconterò tutta la storia, se avrai la volontà di seguirla e porrai  fiducia in ciò che ti dirò. Alla fine di quello che ti racconterò, deciderai se si tratta della verità o è tutta una bugia. Sei d’accordo?”

Il ragazzo annuì con il volto livido dall’ira e si accostò al vecchio incuriosito dalla promessa del racconto.

“ Vedi Elpis; tu sai come si chiama la nostra città, vero?”

“ Certo; Mojnaq!”

“Bravissimo figliolo. Mojnaq. Avresti dovuto vederla cinquant’anni fa. C’era talmente tanto rumore che bisognava mettersi i tappi alle orecchie per resistere. Ovunque nelle vie il commercio del pesce impiegava un’infinità di persone. Chi lo vendeva, chi lo comprava, chi lo trasportava nelle numerose fabbriche che allora, a quel tempo, erano tutte in piena attività. Avrai senz’altro notato che tuttora ci sono dei grandi edifici abbandonati che un tempo servivano per l’inscatolamento del pesce?”

“Si, e infatti mi chiedevo come sia stato possibile che gli uomini abbiano costruito una città nel deserto e abbiano deciso di dedicarsi alla produzione del pesce. Non potevano costruirla sul mare?”

Pelago lo guardò serio e poi rispose:

“Ebbene nonostante ti ponga questo tipo di domande, dubiti che il mio racconto possa essere vero? Ascoltami e sorprenditi. Rammenti il muretto di cui ti parlavo prima? Era proprio qui, dove siamo noi adesso. L’acqua del mare o del lago che tu preferisca, arrivava proprio qui sotto. Qui a destra c’erano poi bellissime spiagge dove si poteva andare a fare il bagno e giocare a pallone, mentre a sinistra cominciava la struttura destinata al porto. Qui” - Ed indicò con un ampio gesto un determinato settore –“ c’era un molo che si allungava per più di duecento metri. C’erano decine di bitte presso cui attraccavano decine e decine di pescherecci, che ritornavano dalle loro battute di pesca.”

“ Che cosa sono le bitte, signore?”

“Ti ho detto che puoi chiamarmi Pelago. Le bitte sono delle piccole colonnine di cemento o di ferro, intorno alle quali viene legata la fune con la quale le barche, dopo aver gettato l’ancora, rimangono attaccate al molo, in modo che i componenti dell’equipaggio possano scendere e salire dal molo sulla barca e viceversa senza alcun tipo di problema. Ebbene il lago rendeva alla grande. Ogni peschereccio che tornava dalla sua pesca portava un’infinità di pesce da piazzare sul mercato. Qui, in questa città tutti vivevamo di pesca e stavamo bene. Eravamo ricchi e non ci mancava nulla. Il lago garantiva una temperatura eccezionale tutto l’anno e la salute prosperava in ogni cittadino, ma…ma improvvisamente tutto cambiò, di colpo, come se quello vissuto fino ad allora fosse stato soltanto un bellissimo sogno e una dura realtà ci avesse svegliato bruscamente e riportato coi piedi per terra. Vedi ragazzo. Il lago per quanto noi lo chiamassimo mare, non era un mare. Era tanto grande e salato da somigliarci, ma non lo era e purtroppo fu questa sostanziale differenza a procurare la sua  distruzione. Un lago Elpis, per poter vivere ha bisogno di un fiume che convogli in esso le sue acque. Questo lago enorme ne aveva ben due di fiumi che, generosi gli donavano le loro acque: il Syr Darya  e  l’Amu Darya .”

Pelago si fermò un momento per trovare le parole giuste con cui affrontare il racconto, nel tentativo di essere il più preciso possibile e anche il più comprensibile per il piccolo ragazzo con cui  interloquiva.

“Tu sai che la nostra città fa parte di uno stato molto grande che si chiama Uzbekistan…”

“ Come si chiama?” – Chiese stupito Elpis per la stravaganza di quel nome.

“Uzbekistan. Non mi stupisce che tu non abbia mai sentito questo nome e che possa ritenerlo buffo; ma ancora più buffo è il fatto che nel mondo ancora molti uomini di cultura ignorino l’esistenza di questo paese e delle sue tragedie. Eppure in questo stato si trovano alcune delle città più importanti del mondo per storia  e cultura. Poche città in tutto il pianeta possono competere con i fasti e la gloria di Samarcanda o di Bukkara. Ma comunque; un tempo questo nostro paese faceva parte di una nazione ancora più grande, enorme che andava da un capo all’altro del mondo, ed era conosciuta come Unione Sovietica. Ebbene in quel tempo questa grande Unione Sovietica aveva un grande nemico, gli Stati Uniti d’America.”

“ Quelli li conosco. C’è New York  e gli indiani e i cow boy…”

Pelago rise di cuore di fronte alla pura innocenza del ragazzo.

“Purtroppo non ci sono più nemmeno loro, ma in ogni caso, si, si tratta di quella terra. Ebbene circa cinquant’anni fa, ma se vogliamo anche molto tempo prima e molto tempo dopo, i due stati cercavano di non dichiararsi apertamente guerra, ma si odiavano come due acerrimi rivali. Da un lato però gli Stati Uniti avevano tanto denaro e tanta potenza, mentre l’Unione Sovietica non aveva tanto denaro pur avendo la stessa potenza. Ebbene per riuscire a tener testa agli odiati americani, il governo russo stabilì che bisognava in qualche modo porre un rimedio. Bisognava in sostanza avere più denaro e in quel periodo ciò che rendeva bene,  oltre al sempiterno petrolio, era il cotone. Così si decise di creare una vasta zona, interamente adibita alla coltura del cotone, affinché  la sua produzione potesse fornire un quantitativo di materia prima tale da guadagnare tanti soldi per diventare uguali agli Stati Uniti. Per giorni e giorni eminenti studiosi, scienziati e  ingegneri si misero a tavolino con carte geografiche e progetti di ogni natura, fino a che un giorno fu partorita la decisione. Era stata individuata la zona che doveva venire adibita a piantagione di cotone. Quella zona era esattamente la nostra terra, con quel nome buffo che ti ho detto prima. Per poter permettere alle piante coi batuffoli di crescere in modo rigoglioso, era necessario avere a disposizione una quantità d’acqua non indifferente per irrigare  a dovere gli sterminati campi. Così alcuni lungimiranti geni della politica e della ingegneria di stato emanarono una sentenza: la natura aveva commesso un errore nel creare il lago d’Aral;  si decise così che i suoi immissari, i due fiumi che tanto generosamente, dalla notte dei tempi, donavano le loro acque al lago fossero dirottati…”

“Dirottati? Come dirottati?”

Pelago prese un bastoncino e sulla sabbia disegnò una palla.

“Questo – spiegò – è il lago d’Aral o il mare come lo chiamo io, e questi – tracciò due linee diritte che andavano a confluire in quella palla – sono i  due fiumi da cui il nostro amico lago prendeva il nutrimento. Ebbene il dirottamento funzionò così” – Tagliò con una sbarra obliqua le due linee diritte tracciate sulla sabbia e dal punto dell’intersezione tracciò due nuove righe curve che proseguivano il decorso interrotto dalla sbarra. – Ecco – disse – i fiumi sono stati troncati, interrotti artificialmente e il loro corso è stato indirizzato verso i campi di cotone. Stop. Fine della storia. Da quel giorno il lago ha cessato di vivere. Non avendo più il suo nutrimento pian piano le acque già poco profonde hanno cominciato ad evaporare fino a prosciugarsi lentamente. E così giorno dopo giorno la superficie del lago si è ridotta sempre di più, di anno in anno, prima di alcuni centimetri poi di qualche metro, fino a che oggi, a distanza di oltre cinquant’anni da quella bella idea,  il lago è arretrato di quasi cento chilometri.”

“Esiste ancora, quindi?”

“Si, esiste ancora ma non è che una piccola parte rispetto al gigantesco lago che era un tempo. E’ come un povero malato che ha perso lentamente alcune parti del suo corpo e sta spegnendosi senza poter reagire. Ci sarebbe ancora molto da raccontarti ma ciò che ti ho detto è sufficiente  a farti riflettere su quello che è successo e sul fatto che Pelago non dice mai bugie, men che meno ai bambini.”

“E’ una storia molto triste signore.”

“Già. E’ la storia più triste che si possa raccontare perché non si parla di un uomo o di un animale o di un popolo o di qualcosa di mortale. Si racconta di un’opera di Dio, insozzata e insudiciata dagli sporchi affari economici dell’uomo. E’ un delitto per il quale non esiste pena, troppo alta è la ferocia della sua esecuzione. Fra pochi anni anche l’ultima parte di lago sparirà e di esso non rimarrà che qualche vecchia cartina geografica a reclamarne l’esistenza passata. Ma la cosa che amareggia di più è che nessuno, e dico nessuno ha mai fatto qualcosa perché questa tragedia fosse impedita.”

Il vecchio si ammutolì improvvisamente portando il volto fra le mani. Nel silenzio irreale del deserto Elpis poteva sentire i leggeri singhiozzi di Pelago mascherati a fatica dallo sfrigolio delle mani sul viso. Poi si scosse asciugando col dorso della mano gli occhi inumiditi dall’emozione e rivolgendosi ancora al piccolo gli disse:

“Non tornare più qui piccolo. Io non credo di poter venire ancora.”

“Perché?”

“Sto male e non ho più la forza di proseguire. Dovrò trovare un luogo tranquillo in cui passare i miei ultimi giorni.”

“Perché dici così signore. Io non voglio che tu stia male. Non puoi prendere una medicina per guarire?”

“No tesoro mio – gli rispose dolcemente allungando una mano per accarezzargli il volto – non posso guarire. Io sono venuto qui, nei luoghi della mia infanzia per trovare qualcuno a cui poter raccontare la storia prima che nessuno la conosca più. Ora che questo è accaduto non ho più la forza di continuare.”

“ Non dire così signore. Mi fa paura quello che mi stai dicendo” – Piagnucolava Elpis, triste per le parole di Pelago.

“Non devi aver paura ragazzo. Tu sei molto intelligente e sarai un grande uomo. Fai tesoro di tutto quello che ti ho raccontato e serbalo nel tuo cuore come una reliquia,  perché tu sappia capire un giorno quanto gli uomini possano fare male e stare in guardia dalla loro cupidigia. Sai cosa significa Pelago, Elpis?”

“No, signore, non lo so.”

“Significa…mare.” 

 

 

 

Per molto tempo ancora Elpis tornò a cercare il vecchio Pelago, ma non lo incontrò più. Sentiva un forte bisogno di ascoltare le sue storie; quella voce malinconica e paterna aveva tanto da dire; e quei racconti poi, così pieni di vita e di sofferenza avevano aperto nel giovane cuore del ragazzo una breccia difficilmente rimarginabile. Pelago era stato di parola; era sparito, scomparso nel nulla, nelle polveri di quel deserto arido e inospitale che pareva averlo inghiottito per sempre; in giro nessuno era stato in grado di  dare notizie del vecchio al povero Elpis. Non esisteva una sola persona che lo conoscesse e questo non faceva che aumentare in lui  il dispiacere di non poterlo vedere più. Solo dopo molti giorni si rese conto che  forse Pelago era davvero scomparso; forse era fuggito o peggio ancora morto a causa di  quel male che  ogni giorno portava via qualcuno con sé. Negli ultimi tempi anche  la moglie del signor Pashar, il suo vicino di casa era spirata dopo qualche  settimana di agonia. Presto toccherà anche a me, pensava di tanto in tanto Elpis con una naturalezza sconcertante quasi che da quelle parti morire di cancro fosse come bere un biccher d’acqua.  Senza dubbio l’incidenza del male aveva assunto, specie negli ultimi anni un ritmo pazzesco, tanto  che si era arrivati a convivere con l’immonda malattia in maniera pacifica. Contrarre il cancro era diventato una sorta di appuntamento a cui presto o tardi tutti avrebbero aderito.